domenica 13 novembre 2011

ARCHIVIO CINEMYSTIC (Marzo - Maggio 2008, 30 post)

THE MESSENGERS
Postato alle maggio 20, 2008 08:34 di martedì, 20 maggio 2008
da: [cinemystic]

Ho recuperato ieri sera The Messengers, film dei fratelli Pang uscito l'anno scorso, che mi ero perso. Parto da alcune considerazioni primarie:

1) I Pang hanno imbroccato un film nella loro carriera, The Eye (peraltro discreto ma non straordinario), e con quello stanno vivendo di rendita da anni, tra un ridicolo sequel e l'altro.

2) I registi orientali che emigrano negli States fanno quasi sempre solo disastri. Vedasi Shimizu con The Grudge, ad esempio. Semplicemente perchè perdono la loro identità e la loro personalità affogando nei miasmi della standardizzazione americana.

3) Sam Raimi, qui in veste di produttore, si è rincoglionito con l'avanzare della vecchiaia, prima rinnegando l'horror e gettandosi a capofitto nel fiume di soldi dei vari Spider-Man, poi tornando al suo "primo amore" e mettendosi a produrre una serie di pellicole una più scadente dell'altra. Un rimbambimento senile (quasi) pari a quello di Wes Craven.

Con queste premesse esporre un giudizio su The Messengers sembra quasi superfluo. E infatti, pur con tutta la buona volontà, non c'è molto da salvare. L'enciclopedia del già visto, l'abc dell'horror nipponico in salsa americana, il bigino del ghost-movie, tutto esattamente previsto e prevedibile, scena per scena. Non contenti, i Pang ci infilano tutta una serie di spudorate citazioni che sfiorano il plagio: il bambino con la "luccicanza" e il padre ammattito (Shining), l'attacco furioso dei corvi (The Birds), la macchia sul muro che si espande sempre più (Dark Water), le presenze oscure annidate in cantina (Amityville), gli oggetti che prendono vita (Poltergeist)... e via discorrendo. Un'operazione talmente furba ed evidente che non si sa se buttare il Dvd giù dalla finestra o dire "ma sì, chissenefrega" e godersi il giochino.

Poi in realtà non tutto è da disprezzare: molte soggettive ad altezza di bimbo sono interessanti e danno perlomeno una visione prospettica piuttosto inquietante, la regia è comunque professionale, e qualche sequenza azzeccata mette qualche brivido. Però, certo, è difficile accontentarsi. E per fortuna in giro c'è senz'altro di meglio, tipo il sottocitato The Mist.


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THE MIST
Postato alle maggio 18, 2008 10:23 di domenica, 18 maggio 2008
da: [cinemystic]

Frank Darabont è uno dei migliori registi “kinghiani” in circolazione, uno di quelli che meglio di tutti ha saputo trasporre al cinema le pagine letterarie scritte dal Re dell’horror, ricreandone lo spirito, le caratterizzazioni dei personaggi, le ambientazioni di quella provincia americana tanto cara allo scrittore di Bangor. Di film tratti dai romanzi e racconti di King ne sono stati fatti un’infinità, e io, suo fedele adoratore da quando ero bambino (mi vanto di aver letto tutti i suoi 52 romanzi), li ho visti quasi tutti, con morbosa attenzione quasi filologica.

In passato Darabont ha diretto The Shawshank Redemption (Le ali della libertà) e Il miglio verde. Due film splendidi, riuscitissimi, perfetti, realmente emozionanti. Ora ci riprova con The Mist, tratto da un racconto contenuto nella vecchia raccolta “Scheletri” (La nebbia). E ancora una volta azzecca tutto. Venti/trenta persone intrappolate all’interno di un supermercato, minacciati da una terrificante coltre di nebbia che contiene al suo interno immonde creature pronte a divorare chiunque si avventuri al di fuori di quel protetto microcosmo. Una fanatica religiosa che fa il lavaggio del cervello alla maggior parte dei “prigionieri” insistendo sulla giusta punizione divina impersonificata da questa improvvisa Apocalisse. Un manipolo di eroi, che sfidano la nebbia pur di uscire e provare a mettersi in salvo.

Tutto abbastanza classico, nei temi e nello svolgimento. Tranne per un elemento: un finale tremendo, beffardo, sconvolgente nella sua disperazione. Un finale crudele ed emotivamente squassante come non ne vedevo da tempo. Ottimi gli effetti speciali della consueta coppia Nicotero/Berger, magnifica Marcia Gay Hayden nella parte dell’invasata, buona tensione. Ancora una volta, Darabont si conferma il regista kinghiano per eccellenza.

Il film per ora non è uscito in Italia, ma si trova in lingua originale sottotitolato. Ne vale decisamente la pena.


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GOODBYE STUDIO UNIVERSAL
Postato alle maggio 13, 2008 13:08 di martedì, 13 maggio 2008
da: [cinemystic]

Studio Universal era, da sempre, insieme a Raisat Cinema e a Cult Network, il miglior canale di cinema del pacchetto Sky. Un network vario, intelligente, che puntava su un'ampia diversificazione di generi, e sulla riproposizione di tanti classici della storia del cinema alternati a prodotti più recenti e a piccole iniziative di lodevole interesse (cortometraggi, interviste, serate tematiche).

Seguivo con affetto la programmazione di Studio Universal fin dai tempi di Stream, negli anni della mia "formazione cinefila" ho visto e registrato sulle mitiche vhs decine e decine di film da questo canale, e tanti capolavori li ho scoperti per la prima volta proprio qui.

Ora, all'improvviso, scopro che dal 1 giugno Studio Universal sarà oscurato, e non sarà più visibile sul pacchetto Sky. Per quale motivo? Non si sa. Nessuna spiegazione dai vertici della piattaforma satellitare, nessuna comunicazione per gli abbonati, niente di niente. Oscuramento e buonanotte. Sul sito del canale ci sono centinaia di messaggi di protesta da parte dei clienti di Sky, messaggi che ovviamente non serviranno a nulla, in quanto il rispetto per gli spettatori, nonostante questo sia un servizio a pagamento, non è evidentemente preso in considerazione.

Ebbene, questo è uno scempio bello e buono, soprattutto nei confronti dei clienti "di lunga data" come lo sono io. Una cosa vergognosa. Ci dovevano almeno una spiegazione, e comunque dovevano pensarci 3 volte prima di chiudere il miglior canale di cinema che ci fosse a disposizione. Dato anche che il palinsesto degli altri canali tematici va peggiorando di mese in mese, e che i 16 euro al mese da spendere per il "pacchetto cinema" iniziano a essere veramente buttati via.

Spero che arrivino a Sky tante raccomandate di disdetta dell'abbonamento, prossimamente. Se lo meriterebbero. Per intanto, un triste addio (o arrivederci?) a Studio Universal, un canale che ama realmente il cinema.


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LA RAGAZZA DEL LAGO
Postato alle maggio 12, 2008 10:06 di lunedì, 12 maggio 2008
da: [cinemystic]

Il debutto di Andrea Molaioli, già aiuto-regista di Moretti, ha recentemente trionfato a sorpresa ai David di Donatello, vincendo addirittura 10 premi e battendo la concorrenza di titoli sulla carta più quotati come Caos Calmo. Meritatamente. Perchè è un bel film, scritto, diretto e interpretato con intelligenza, senza strafare.

Un noir ambientato nella provincia veneta, un delitto che conduce verso una "caccia al colpevole" giostrata nella miglior tradizione del poliziesco di stampo prettamente francese. Un po' di Simenon, qualcosina di Chabrol (anche se qui siamo nella medio-bassa borghesia), ed echi vagamente rapportabili a Le conseguenze dell'amore di Sorrentino. Non a caso il protagonista è sempre lui, Toni Servillo, che lavora efficacemente di sottrazione, fondando la sua recitazione soprattutto sull'intensità dello sguardo e su aggrottamenti di fronte e ciglia.

Molaioli e lo sceneggiatore Petraglia sono bravi a dividere lo svolgersi del racconto tra il tema principale (la ricerca dell'assassino) e tanti subplot atti a mettere in luce piccoli drammi familiari nascosti nell'intimità ma capaci di esplodere nel cuore dei personaggi. Padri snaturati, figli abbandonati, madri irrimediabilmente malate, famiglie emotivamente sul lastrico. A ognuno il suo, nessuno è felice, tutti hanno un dolore che li affligge e li avvolge, anche lo stesso detective Servillo, straziato nel vedere la decadenza mentale della sua amata (in questo contesto ci sono un paio di scene realmente commoventi). E funziona anche la fotografia, immersa in un verde dominante e disegnato secondo varie sfumature, a dipingere di volta in volta la speranza, la delusione, il mistero, il pianto nascosto.

Attorno a Servillo tante figure (apparentemente) secondarie, tra cui spicca il bravissimo Fabrizio Gifuni. Meno significativa invece la presenza della Golino. Certo, non è un capolavoro e non è un film perfetto: alcuni dialoghi paiono un po' artefatti, il ritmo non sempre regge la giusta intensità, e il finale è un po' strappato via. Ma La ragazza del lago resta un'opera convincente, giusta, a suo modo appassionante. Respiri di vitalità per un cinema italiano che ne ha tanto bisogno.


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Presentazione e recensione libro
Postato alle maggio 05, 2008 13:23 di lunedì, 05 maggio 2008
da: [cinemystic]

Giovedi prossimo, 15 maggio, alle ore 22.00, a Torino, presso il Cafè Liber (in Corso Vercelli), ci sarà una presentazione collettiva dei nuovi libri della collana cinema dell'editore Il Foglio.

Nel corso della serata si parlerà anche del mio "I dannati e gli eroi", che nel frattempo è stato positivamente recensito sulla rivista del Museo Nazionale del Cinema. Trovate la recensione a questo link

http://www.museonazionaledelcinema.it/it/59.pdf (pag. 11)


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INTERVIEW
Postato alle maggio 02, 2008 14:16 di venerdì, 02 maggio 2008
da: [cinemystic]


Gioco al massacro in un interno. Steve Buscemi, Sienna Miller: un uomo e una donna, due volti, due anime corrose da segreti inconfessabili e da una vita zeppa di segreti, un rapporto di odio che diviene confidenza e poi intimità e poi di nuovo odio e poi ancora simbiosi e infine solo inganno. Interview, diretto dallo stesso Buscemi, remake di un film dell’olandese Theo Van Gogh, è cinema vero, cinema essenziale, fatto solo di parole, di sguardi, di espressioni, di scrittura. E’ cinema puro, scarno, lineare, semplice e diretto, lontano dalla pomposità e dall’atrofia cervellotica dei blockbuster. E’ cinema da camera, teatro mascherato.

Due attori due, un’unica location, tre macchine da presa, la quasi completà unita di tempo, di luogo e d’azione. A sorreggere il tutto, una sceneggiatura solida e concreta, un attore di splendida esperienza e di infallibile carisma, un’attrice emergente (confesso che non la conoscevo) che sa mettere insieme bellezza, sensualità e bravura, una regia sobria e mai fuori posto.

Pochissimo movimento, un loft un po' bohemien, quattro pareti e due figure che danzano al loro interno: due marionette che esemplificano l’estetica della dialettica applicata al cinema, mettono in gioco i propri corpi in un gioco al rimpiattino fatto di avvicinamenti e allontanamenti, baci e insulti, carezze e spintoni, braccia e gambe e piedi che girano vorticosamente e poi tornano sempre al punto di partenza. Sigarette e cocaina, pillone e alcool, segreti e bugie, due involucri coriacei uno contro l’altro, capaci di sciogliersi pian piano e poi rinsaldarsi all’improvviso. Confessioni di menti pericolose. Un giornalista e un’attrice, Buscemi e la Miller, 80 minuti di incontro e scontro, chiacchiere su chiacchiere che riescono però a non perdersi mai nel vuoto.

Respiro di cinema vero e sincero, appassionante anche se non accade quasi nulla. Senza sovrastrutture e subplot, senza orpelli e ricami, solo due volti e due corpi, una partita a scacchi nelle viscere dell’inganno, e un ballo suadente verso il cuore della rappresentazione filmica. Applausi convinti.


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AMERICAN GIGOLO'
Postato alle aprile 29, 2008 10:22 di martedì, 29 aprile 2008
da: [cinemystic]

Rivisto ieri sera American Gigolò. Me l'ero quasi dimenticato con l'andare del tempo, l'ho riscoperto e rivissuto con estrema goduria. Un film esemplare. La cura per i minimi particolari utilizzata da Schrader per sviscerare ogni piccolo anfratto del corpo e del look di Richard Gere, divenuto (a ragione) simbolo sessuale per gli anni a seguire. Il lusso, la ricchezza, seta e porpora in un'America brillante e vanesia, ma in fondo tremendamente sola e disperata. Il sesso a pagamento come antibiotico contro la disillusione di una vita senza stimoli e speranze. L'inganno tremendo in cui Gere viene coinvolto, spiegato con una sola e magnifica battuta dal magnaccia che l'ha fregato: "perchè proprio io?"... "perchè con te era facile". Esatto, perchè il gigolò è solo un oggetto, uno strumento usa e getta, un gioco (al massacro), un vibratore di carne e muscoli, un'erezione utile soltanto ad assorbire gli umori vaginali di donne sfiorite dalla caducità dell'esistenza, un simulacro anestetizzante.

I vestiti incredibilmente perfetti di Armani, le musiche molto "eighties" di Moroder, la locandina di The Warrior che campeggia per le strade, la fotografia antinaturalista piena di fascino, l'erotismo nascosto ma vivissimo di Lauren Hutton, e un finale forse un po' troppo al calor bianco, ma impreziosito da quell'ultima inquadratura, dove risalta il tocco di sensibilità di Schrader, in cui Gere come un bambino ferito da troppe lacrime appoggia la testa sul vetro a cercare la protezione e il conforto da colei che per prima finalmente lo ama davvero. Esemplare.


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BRAM STOKER'S DRACULA
Postato alle aprile 26, 2008 12:22 di sabato, 26 aprile 2008
da: [cinemystic]

Rivisto ieri sera, per l’x-esima volta, un film che adoro dal profondo dell’anima, il Dracula di Coppola. Uno dei cosiddetti “film della mia vita”, senz’altro, uno di quelli che mi porterei sulla fantomatica isola deserta, sia perchè è stato il primo film che in un certo senso ha dato il via alla mia “carriera” (analizzandolo per mia tesi di laurea), sia per la sua sublime bellezza.

In realtà, dal punto di vista meramente critico, non è certo la miglior trasposizione del romanzo di Stoker (in questo senso sono sicuramente di livello superiore il Nosferatu di Murnau e quello di Herzog, e forse anche il Dracula di Fisher), nè il miglior film di vampiri del cinema contemporaneo (ruolo che spetta sicuramente allo straordinario The Addiction di Ferrara), però...

Però il film di Coppola è puro spettacolo estatico, è omaggio al cinema muto miscelato con le suggestioni della modernità, è un luna park di mirabilanti effetti scenografici e fotografici, è la simbiosi statuaria dell’immedesimazione tra evento e spettatore, è la nostalgica perfezione scolpita nei volti e nei costumi di Oldman e di Wynona Ryder... è il trionfo del melodramma a uso e consumo degli spettatori più “facili”, ma anche una goduria tecnica per gli avventori più raffinati. E’ alfine, semplicemente, un film meraviglioso.


For the dead travel fast ”

“ Please come in, and leave some of the happiness you bring “

“ Listen, the children of the night, what sweet music they make “

“ Blood is the life “

“ I’ve crossed oceans of time to find you “

“ In life there is darkness, and there are lights. Mina, you are the light of all lights “

“ My prince, please, leave me from all this death “

“ Give me peace “




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10 COSE DI NOI
Postato alle aprile 21, 2008 15:15 di lunedì, 21 aprile 2008
da: [cinemystic]

Uscito nelle nostre sale nello scorso weekend 10 cose di noi (10 Items or Less) di Brad Silberling, con Morgan Freeman e Paz Vega.

Un film che ho già avuto modo di vedere in anteprima lo scorso novembre al Torino Film Festival. Bello, molto. Una commedia divertente, frizzante, fresca e genuina. Fortemente autoreferenziale (Freeman interpreta la parte di un attore che si reca in un piccolo supermercato di provincia per "studiare la parte" per il suo prossimo film), è un low budget che senza inventare alcunchè riesce nell'intento di dar vita a un prodotto ben calibrato dall'ironia e dallo scherzo, navigando lontano dalla volgarità e dall'insulsaggine della stragrande maggioranza delle commedie contemporanee provenienti dagli States.

Freeman si diverte un mondo, fa la parte di se stesso senza sbrodolare nell'autocompiacimento, si mette in gioco in un ruolo per lui decisamente inedito, e dimostra per l'ennesima volta di essere uno dei più grandi attori viventi. La Vega ci mette la sensualità ispanica, e fa da spalla nel migliore dei modi. Silberling (autore qualche anno fa del deludente Lemony Snicket) sorprende con una regia accurata e fantasiosa, e lo script, pur dedicandosi soprattutto alla nascente alchimia tra i due protagonisti, allontanandosi forse eccessivamente dal brillantissimo incipit, tiene in mano la storia senza deragliare. Tenere le musiche, esilaranti un paio di gag tra Freeman e l'anziano (e rincoglionito) commesso del supermercato.

Una boccata d'ossigeno nell'asfittico panorama delle "stupide commedie americane", e una rivincita (l'ennesima) del low-budget in barba alla traumaturgia dei mega-colossal.


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FANTASIE CHE VOLANO LIBERE...
Postato alle aprile 18, 2008 10:20 di venerdì, 18 aprile 2008
da: [cinemystic]

Immagini, fotografie, attimi di silenzio che scorrono nella mente. Volti, emozioni, sguardi, corpi, che si rincorrono in un'anima cinefila in cui fluttuano migliaia di frames interscambiabili e sovrapponibili. Ricordi, reminiscenze, interpretazioni, baci e lacrime... è il cinema nella sua essenza, è l'immagine nel suo compimento.

Chiudo gli occhi, lascio il cervello vagare, e vedo forme che si animano e prendono vita. Così, per gioco, senza pretese, vedo...

Il bacio a lume di candela tra Gary Oldman e Wynona Rider nel Dracula di Coppola (uno dei film della mia vita)

Il volto e lo sguardo e il coraggio di Claudia Cardinale in C'era una volta il West (il più bel personaggio femminile della storia del cinema italiano)

La smisurata e straordinaria e irrangiungibile bellezza e bravura di Ingrid Bergman in Casablanca

Il corpo nudo, sensuale e perfetto, di Emmanuelle Beart in La Belle Noiseuse di Rivette

I volti terrorizzati e le inquadrature distorte in The Haunting, il capolavoro di Wise

L'inarrivabile carisma di Vincent Price nel mio cult L'ultimo uomo della terra di Ragona

La deliziosamente erotica sequenza di Mulholland Drive con l'amore saffico tra la Watts e la Harring

La quintessenza cinematografica negli ipnotici carrelli a precedere del kubrickiano Orizzonti di Gloria

E infine, ovviamente, e semplicemente, Clint


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SCOOP
Postato alle aprile 16, 2008 11:07 di mercoledì, 16 aprile 2008
da: [cinemystic]

Ieri sera, nelle mie ore di relax davanti a sky, avevo tre scelte: o il becero e trucido horror "Il collezionista di occhi", o una sana revisione dell'anarchico e sessantottino "Se..." di Lindsay Anderson, o il leggero e frizzante "Scoop" di Woody Allen. Alla fine ho optato per Scoop, che non ero riuscito a vedere al momento della sua uscita (ormai quasi due anni fa).

Da tempo sostengo che Allen fa troppi film. Non dico che debba imporsi una kubrickiana media di un film ogni 6/7 anni, e tantomeno che debba rigidamente castrarsi in secolari attese stile Malick (tre film in 25 anni). Però, sembra quasi che il regista americano abbia necessità di timbrare con regolarità il cartellino, ogni anno un film, e questo va spesso a discapito della qualità e dell'inventiva delle sue opere, scivolando verso un'inevitabile banalizzazione del proprio lavoro.

Peraltro, ultimamente, pare che Allen stia ritrovando idee fresche e interessanti. Con Matchpoint mi ha totalmente sorpreso, realizzando un'opera al nero di notevole spessore e intensità, per un gran bel disegno che tesse le redini di un gioco al massacro in bilico sulla rete obliqua della perversione. Con Sogni e Delitti ha parzialmente confermato la sua nuova tendenza drammatica, pur limitandosi a una storia maggiormente canonica e orizzontale. In mezzo tra i due ci ha messo questo Scoop, con il quale riscopre invece i toni della slapstick comedy, in un "invito a cena con delitto" che riesuma i fasti de "La rosa purpurea del Cairo" e di altre opere della sua filmografia più giovanile. Il tono è brillante, il ritmo sostenuto, Allen indossa nuovamente le vesti di attore saltellando al solito tra il grottesco straniamento keatoniano e un po' di sana logorrea (peraltro talvolta quasi invasiva, ma è il suo marchio di fabbrica). La Johansson fa al contempo da spalla e da Musa cercando invano di nascondere la propria seducente perfezione fisica. Il buon Woody scava nel (finto) noir ricoprendolo di ironia e sberleffi, omaggia Hitchcock (il segreto nascosto in cantina) e un po' anche Bergman, Sjostrom (il vascello carontiano guidato dalla Morte) e Murnau (il tentato omicidio sulla barchetta in mezzo al fiume), e veleggia sulle note di Strauss e Ciaikovskij.

Su tutte, una battuta memorabile: "di nascita ero di religione ebraica, poi col tempo mi sono convertito al narcisismo". Detto da lui, ci credo a scatola chiusa.


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UN CRITICO CHE NON SCOMPARIRA'
Postato alle aprile 15, 2008 10:40 di martedì, 15 aprile 2008
da: [cinemystic]

In questo giorno di lutto per la definitiva morte spirituale di questo orrendo e ignorante paese, torno per un attimo a parlare di cinema e prendo spunto da un'interessante discussione in cui si parla della probabile e graduale scomparsa della figura del critico cinematografico.

Ebbene, le previsioni sono nere, in tal senso. Nerissime. Facciamo parte di una categoria forse realmente destinata a estinguersi. Io stesso, in questi anni, ho avuto più volte la tentazione di lasciar perdere, travolto e sconfortato dalla beceraggine culturale di questo paese, dall'indifferenza, dalle fregature di persone abiette e infami pronte ad approfittarsene, dalle porte chiuse e strachiuse, dalle speranze affondate nell'oblio del reale.

Ma poi alla fine sono arrivato qui, ho pubblicato un libro e l'ho presentato in giro per la penisola, ho girato per i festival trascorrendo magnifiche maratone cinefile, ho conosciuto colleghi competenti e gentili, ho appena pubblicato un altro libro tutto mio, mi hanno intervistato in televisione, ho creato questo blog, continuo a scrivere i miei articoli di tanto in tanto...

E continuerò. Comunque vada. Contro l'ignoranza e la dabbenaggine, contro i raccomandati, contro le porte chiuse. Anche se questo non è minimamente "il mondo che vorrei".

Perchè mi piace farlo, perchè scrivere è semplicemente bello, perchè so che c'è qualcuno che mi legge e mi stima e aspetta le mie opinioni, perchè le soddisfazioni, piccole o grandi che siano, danno emozioni che restano impresse nella memoria.

Sincerely Yours.


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STEFANIA ROCCA
Postato alle aprile 10, 2008 10:44 di giovedì, 10 aprile 2008
da: [cinemystic]

L'altra sera mi sono visto VOCE DEL VERBO AMORE, film italiano di Andrea Manni con Pasotti e la Rocca. Avevo letto peste e corna di questo film, giudizi terribili, stroncature complete. Io non l'ho trovato poi così scandaloso, o così inguardabile. Certo, ha un problema di fondo, che poi è un problema comune a tanto cinema italiano: è molto scolastico, molto elementare, molto prevedibile. Ha una trama estremamente classica, e con classica intendo scontata, ripetitiva, ridondante, già vista e rivista. Manca di guizzi, di luce, di respiro, e incoerentemente cerca di dipingerci la realtà quotidiana attraverso paesaggi da cartolina profondamente anti-realistici, e inserti narrativi francamente risibili (il supermercato dove le donne vanno a rimorchiare).

Comunque, ho visto di peggio.

Il film mi permette peraltro di spendere due parole per Stefania Rocca. Un'attrice che ho sempre ammirato e seguito con affetto. L'ho sempre trovata bella, brava, intelligente, versatile, e dotata di un'estrema sensualità. Non a caso VIOLA, film da lei interpretato nel 1998, è nella mia playlist dei film più erotici, morbosi e genuinamente eccitanti che io ricordi.

Certo, in Voce del verbo amore l'attrice torinese mette in mostra una delle sue prove meno significative, ma ha sempre uno charme e una carica passionale che mi intriga alquanto. Pur senza essere una playmate mette in scena se stessa e il proprio corpo con coraggio, senza paure (in questo senso mi piace paragonarla un po' a Kate Winslet). Il tutto al servizio di una carriera comunque di tutto rispetto (Nirvana, Il talento di Mr. Ripley, Casomai, Mary, solo per citarne alcuni), e nonostante una certa sottovalutazione di fondo delle sue doti.


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INTERVISTA
Postato alle aprile 08, 2008 09:31 di martedì, 08 aprile 2008
da: [cinemystic]

Rinnovo l'appuntamento, per chi lo vorrà, oggi alle 15:15 (con replica alle 21:15), sul canale Coming Soon Television (807 del pacchetto sky, e digitale terrestre), per la trasmissione "Siamo stati uniti", in cui, nella seconda parte del programma, interverrò in diretta per qualche minuto per parlare de "I dannati e gli eroi".

La replica, questa sera alle 21.15, sarà visibile anche da Internet, semplicemente collegandosi al sito www.comingsoon.it e cliccando in alto a sinistra per vedere in diretta il canale in streaming.


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ROCKY BALBOA
Postato alle aprile 06, 2008 11:27 di domenica, 06 aprile 2008
da: [cinemystic]

Lo ammetto. Quando un po’ di tempo fa lessi una news che annunciava l’intenzione di Sylvester Stallone di tornare sul ring, a 60 anni suonati, per dare vita al sesto capitolo del suo Rocky, mi misi a ridere, una risata mista a un po’ di tristezza, quasi sconvolto dall’inutilità di questo progetto e dalla probabile schifezza che ne sarebbe venuta fuori.

E invece, bisogna essere capaci di cambiare idea, e di ammettere, con l’onestà intellettuale che sempre si dovrebbe avere, di avere totalmente sbagliato il pronostico. Ieri sera ho visto Rocky Balboa, e alla fine ho solo e semplicemente applaudito. Perchè Stallone ha fatto un film giusto, un film intelligente, un film a suo modo emozionante. Ha realizzato, a oltre trent’anni di distanza dal capostipite della serie, il migliore tra tutti i suoi sequel, proprio perchè ha saputo rimettere in scena le caratteristiche visive e narrative di quell’ottimo primo episodio. Ha ritrovato la strada, lo sporco, la povertà, la desolazione, l’abbandono. E anche la solitudine, il concetto di una vita complessa e difficile, le regole del quartiere, la voglia di essere e di credere in se stessi contro tutte le convenzioni. In più ci ha aggiunto una corretta riflessione sugli anni che scorrono, sull’essere ormai fantasmi di una vita che rischia di rincorrere il passato senza più scorgere nessun futuro, sulla decadenza di fondo di un’epoca che non esiste più e che forse, solo per una sera, si può ricreare, come omaggio e ringraziamente per quello che è stato, e come ammissione di ciò che mai più sarà.

Ecco perchè, nei primi 30 minuti, decisamente i migliori, sembra davvero di tornare al 1975, a quell’atmosfera grigia e silente, a quell’odore di squallore urbano che tanto aveva reso significativo e profondo quel primo film. Poi dopo, certo, c’è lo spettacolo, l’allenamento, il combattimento, tutti gli ingredienti che dovevano esserci per forza. Ma pazienza, va bene così. Perchè Stallone, che è sempre stato un attore meno che mediocre e un regista puramente improvvisato, riesce qui nel miracolo di evitare (quasi) totalmente la caduta nel ridicolo, e riesce a non prendersi troppo sul serio, a farcire la portata con tanta ironia (le corse con il cagnolino al guinzaglio, l’allegro motivetto di Sinatra al suo ingresso sul ring), a omaggiare se stesso e la sua leggendaria creatura senza affondare nel mero autocompiacimento. E ci (si) regala un epitaffio bello e perfino commovente, fino a quei titoli di coda, e a quella scalinata che ancora oggi ogni giorno tante persone percorrono per sentirsi, almeno per un attimo, parte di un Mito che tale per sempre rimarrà, nonostante l’oblio del tempo.


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CINEFILIA...
Postato alle aprile 05, 2008 13:31 di sabato, 05 aprile 2008
da: [cinemystic]

Ieri mi sono goduto, in pieno relax, una bella serata horror su Fantasy (canale di Sky). In programmazione nientemeno che The Dentist II, e a seguire La Bambola Assassina III. Come a dire, alti capolavori della storia del cinema... chi erano Ford e Lang al confronto? Ah Ah ...

Eppure, mi sono saliti i ricordi... quando ero più giovane e seguivo il cinema non ancora in modo professionale ma da semplice appassionato; quando andavo in videoteca a noleggiarmi i film più trucidi che trovavo, esaltandomi alla loro visione; quando scambiavo vhs con registrazioni orribili di film assurdi con gente sparsa in tutta Italia; quando andavo in brodo di giuggiole di fronte alle esplosioni ultra-splatter del buon Dottor Feinstone (una delle migliori creazioni di quel grand’uomo di Brian Yuzna, che ho sempre amato e che ho avuto anche modo di conoscere di persona apprezzandone le qualità umane), e alla sboccata anarchia del mitico Chucky, fregandomene della qualità critica dei film in oggetto.

Per carità, sono più che contento di fare quello che faccio ora, e di come lo faccio. Ma ogni tanto, una sera di sano ritorno al passato, e alla semplice e genuina passione di un tempo, fa bene al morale e alla salute.

Ergo, ieri sera me li sono rivisti entrambi, e mi sono divertito come un matto!


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AND THE WINNER IS...
Postato alle aprile 04, 2008 15:40 di venerdì, 04 aprile 2008
da: [cinemystic]

Tutti gli anni mi diverto ad assegnare i miei premi Oscar, per dare il giusto tributo ai migliori film della stagione appena conclusa. Sono riconoscimenti ovviamente "finti" e personali, distaccati dai reali risultati dell'Academy (con la quale sono quasi sempre in disaccordo), che vanno semplicemente a onorare quelli che IO ritengo i miglior film dell'anno.

Ebbene, sottolineando che io considero sempre il periodo gennaio-dicembre, e come anno di riferimento quello in cui il film è effettivamente stato realizzato (e non quando è uscito in Italia), l'albo d'oro recente mi ha visto assegnare l'ambito (???) e virtuale premio nel 2002 a IL PIANISTA di polanski, nel 2003 a MYSTIC RIVER di eastwood, nel 2004 a MILLION DOLLAR BABY (doppietta del sommo Clint), nel 2005 a A HISTORY OF VIOLENCE di cronenberg, nel 2006 a VOLVER di almodovar.

Il 2007 ormai da un bel po' terminato mi vede invece deciso, senza alcun dubbio, ad assegnare il mio Oscar come miglior film dell'anno allo splendido, rabbioso, onirico ed emozionante INTO THE WILD di Sean Penn.

Per celebrarlo, riposto la mia recensione che avevo pubblicato qui nel blog un mese fa.

INTO THE WILD
2007 di Sean Penn, con Emile Hirsch

Un grande, grandissimo film. Una straordinaria elegia che inneggia alla libertà, alla piena ricerca di sé, alla fusione panica dell’uomo con la natura, al rifiuto della civiltà al fine di appropriarsi degli infiniti e incontaminati spazi che la terra offre, e che troppo spesso trascuriamo immersi nella grigia realtà di ogni giorno. Un film diretto da Penn con sublime sensibilità, con un gusto per le immagini mai invasivo o fine a se stesso, e una narrazione compatta che rende i quasi 150 minuti di durata un’esperienza al limite del misticismo.
Into the wild è al contempo il miglior road movie dai tempi di "Una storia vera" di Lynch, un western moderno di struggente intensità, un melodramma che riesce a fondere senza forzature lacrime e sorrisi, e un documentario di invitante bellezza. Tutto insieme. Un film che Penn ha tratto dal romanzo Nelle terre selvagge di Jon Krakauer, attendendo dieci anni prima di avere i diritti per la trasposizione cinematografica. Covandolo piano piano, nel profondo, per poi lasciarlo esplodere al massimo delle sue potenzialità, azzeccando in pieno anche il volto del protagonista, il giovane e bravo Emile Hirsch, che fin dalla prima scena diventa il nostro migliore amico, e che ci accompagna in un viaggio disintossicante ai confini delle possibilità umane.
Sfidare le leggi della natura, abbattere le convenzioni, abbandonare famiglia, amici e carriera per una sfida personale che diviene universale; girare come una trottola tra i bizzarri personaggi che s’incontrano nel viaggio, ognuno con qualcosa da raccontare e da lasciare in eredità, ognuno alle prese con il racconto incompiuto della propria vita, da impreziosire grazie all’incontro con Christopher “Supertramp” McCandless. Un ragazzo, un uomo, coraggioso, determinato, sincero, forse l’emblema di ciò che tanti di noi vorrebbero essere, di ciò che tanti di noi vorrebbero fare.
Le strade polverose, le serate attorno a un fuoco, rimembranze di Kerouac, Van Sant e "Easy Rider", gli orsi e i cervi, le rocce e gli sterpi, i campi di grano e la semplicità nel creare rapporti interpersonali che iniziano e finiscono con dispiacere ma senza rancori; una roulotte abbandonata e una voce fuori campo che ci culla nel cuore pulsante dell’avventura; la gioia di Christopher, la sua voglia di vivere, e di vincere, di dimostrare al mondo, ma soprattutto a se stesso, che l’impossibile tale non è; le canzoni, perfette, di Eddie Wedder, a fare da ottimo accompagnamento; i ruoli di contorno, che hanno i visi di Marcia Gay Harden, William Hurt, Catherine Keener, Hal Holbrook, tutti precisi, nessuno fuori posto, nessuno superfluo.
Qualcuno ha scritto che Sean Penn, dopo una sontuosa carriera di attore, è ora pronto a diventare l’erede del sommo Clint Eastwood. Concordo pienamente. La classe con cui ha diretto questo film è unica, emozionante, esemplare. Rara. Un saggio di grande cinema.



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THE RAGE & RATATOUILLE
Postato alle marzo 31, 2008 10:52 di lunedì, 31 marzo 2008
da: [cinemystic]

Una delle cose più belle in assoluto del cinema, e della capacità di seguirlo con passione a 360°, senza preclusioni o limitazioni ideologiche di sorta, è il poter spaziare da un genere all'altro senza nessuna soluzione di continuità, viaggiando da un estremo all'altro del mezzo filmico in modo totalmente anarchico.

Ragion per cui, dall'alto della mia onnivora malattia cinefila senza regole, ieri mi sono visto nel raggio di poche ore prima un simpatico e carino film d'animazione pieno di buoni sentimenti (Ratatouille), e poi un trucidissimo splatter movie zampillante sangue e violenza (The Rage).

The Rage, diretto da Robert Kurtzman, mago degli effetti speciali e regista qualche anno fa dell'ottimo Wishmaster, è uno splatter che veleggia molto vicino ai contorni del beast-movie e omaggia con genuinità la grande tradizione del gore anni '80 (l'epocale Re-Animator su tutti). E' un film sincero nella sua "facilità", tamarro e becero oltre ogni limite, a suo modo divertente, ma senz'altro non del tutto riuscito. Per ora si trova solo in lingua originale.


Ratatouille invece mi ha sorpreso, in positivo. Negli ultimi 2/3 anni ho notato un certo calo nella qualità dei film d'animazione, tolti alcuni singoli exploit come Corpse Bride e Shrek 2. Credo che le storie abbiano cominciato a soffrire di eccessiva ripetitività, e che spesso la qualità stessa dell'animazione si sia troppo standardizzata perdendo un po' la fascinazione di qualche anno addietro.

Invece questo Ratatouille merita solo applausi. Originale, frizzante, disegnato splendidamente, e capace di portare l'animazione al servizio di una storia molto ben scritta. Affascinante e azzeccata la cornice parigina, intrigante la figura del critico (una via di mezzo tra Bela Lugosi e Max Schreck) severissimo ma anche capace di rabbonirsi e ricredersi (come tutti i veri critici dovrebbero saper fare, ma ahimè è solo un'utopia), ben congeniata la miscellanea tra uomini e animali, ottima la scelta dei colori, e un messaggio di civiltà e speranza da non disdegnare. Oscar meritatissimo.


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THE KINGDOM
Postato alle marzo 29, 2008 10:30 di sabato, 29 marzo 2008
da: [cinemystic]


Lars Von Trier è un genio, un pazzo, una farsa, un ingannatore? Annoso quesito, che da sempre divide la critica. La risposta, come sempre in questi casi, non esiste, perchè ognuno ha la sua. Personalmente, pur con qualche riserva, ho sempre apprezzato il suo cinema. Ho amato molto Le onde del destino, Dancer in the Dark, Dogville, apprezzato L’elemento del crimine, Idioti, e Il grande capo, storto un po’ il naso verso altri lavori come Medea e Manderlay. Complessivamente seguo da sempre con affetto Von Trier, pur non considerandolo un maestro assoluto (alla stregua di un Lynch o di un Cronenberg, tanto per dire).

Ho finito ieri di guardare The Kingdom, e ne sono rimasto soddisfatto. Innanzitutto è evidente come quest’opera sia stata per il regista danese un puro divertissement (e in pratica ce lo dice chiaramente lui stesso in quel messaggio ironico e autoreferenziale posto durante i titoli di coda). In secondo luogo, questo (tele)film dimostra l’abilità di Von Trier di trasvolare i generi per farli correre lungo binari paralleli pronti in ogni momento ad intersecarsi e ribaltarsi, annullarsi e farsi doppi. Horror, satira sociale, thriller, soap opera, acida commedia, un melange che in qualche momento soffre di ruvidezza nel dipanarsi della narrazione e s’impaluda in qualche tempo morto di troppo, ma che nella sostanza avvince e non poco. I punti di contatto con quel capolavoro che è Twin Peaks ci sono, ma neanche più di tanto. Perchè il mondo di Lynch è un abisso di orrore profondo, un inferno di torture e anime corrotte, un sottobosco di umana bestialità, mentre il microcosmo ospedaliero di The Kingdom viaggia a livelli ora sottesi ora evidenti in un enorme gioco, in cui tutto è stemperato dal riso e dal grottesco.

Nonostante un’autocompiacimento di fondo a volte eccessivo, Von Trier si bea di scelte di sceneggiatura felicissime: geniali e realmente inquietanti gli inserti con i due lavapiatti affetti da Sindrome di Down che dall’alto della loro splendida genuinità analizzano gli eventi e ne profetizzano il seguito; da brividi alcuni attimi di puro horror con apparizioni fantasmatiche che paiono ricondurre al J-Horror contemporaneo (che Nakata e Shimizu abbiano in qualche modo preso ispirazione dal danese? Chissà, teoria difficile ma non impossibile); realmente esilaranti alcuni dialoghi in cui Von Trier attacca ferocemente la sua Danimarca e dimostra, secondo me, al di là dei tristissimi drammi a cui ci ha abituato, di essere un potenziale ottimo regista da black comedy; e poi, qui e là, guizzi inebrianti e sorprendenti (il carretto fantasma che ovviamente cita il capolavoro di Sjostrom del 1921, il parto finale di cronenberghiana memoria), e l’uso dello stile Dogma (nel montaggio, nella fotografia) mai come in questo caso pienamente adatto a ritrarre icasticamente la materia narrata.

Insomma, con The Kingdom quel buontempone di Von Trier si è divertito, eccome. Ma ci divertiamo anche noi, e questo è ciò che più conta. Vale senz’altro la pena di immergersi per 4 ore nei miasmi del “regno”.

Ora valuterò se fermarmi qui o se guardarmi anche The Kingdom II. Nel caso, ne riparleremo.



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FUOCO CAMMINA CON ME...
Postato alle marzo 27, 2008 13:39 di giovedì, 27 marzo 2008
da: [cinemystic]

Segnalo che su www.effettonotteonline.com è uscito un mio articolo riguardante "Il Petroliere" di Paul Thomas Andersson, articolo che riprende e approfondisce la recensione pubblicata in questo blog.

In queste sere mi sto riguardando (purtroppo a pezzi, per il poco tempo a disposizione) The Kingdom di Lars Von Trier (nella versione cinematografica lunga 3h 55'). Io sono e sono stato un fan assoluto di Twin Peaks, che giudico il miglior film per la Tv mai concepito. Il tormentone "chi ha ucciso Laura Palmer", il suo prurigginoso diario segreto ebbro di scabrosità e animalesco erotismo, il terrificante mostro Bob, la donna col ceppo, l'ipnotica e meravigliosa soundtrack di Badalamenti, e tutti gli altri surreali personaggi fuoriusciti dalla mente intraducibile di quel genio assoluto che è Lynch, hanno segnato indelebilmente la mia giovinezza. Sicuramente l'opera di Von Trier ha dei punti in comune con il capolavoro lynchiano, anche se parte da basi linguistiche ben differenti. Rimando comunque un giudizio più completo a visione ultimata.

Fuoco cammina con me...


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LA TUA CREATURA
Postato alle marzo 20, 2008 08:25 di giovedì, 20 marzo 2008
da: [cinemystic]

Ieri sera, per la prima volta, ho stretto tra le mani "I dannati e gli eroi", il mio secondo libro, nonchè il primo scritto "da solista". E' stata comunque una bella emozione. Certo, nel momento in cui avevo avuto tra le mani "Tokyo Syndrome", la sensazione era stata più forte, più intensa, unica. Perchè la prima volta non si scorda mai.

Ma sono in ogni caso orgoglioso e soddisfatto, perchè un libro che ti ritrovi stampato tra le mani, sapendo di averlo scritto tu, è come un figlio che vede la luce, un piccolo grande miracolo, una creatura che hai concepito tu, il risultato del tuo lavoro e della tua dedizione e del tuo impegno. Quindi, che tu sia il benvenuto...


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IL CINEMA ITALIANO
Postato alle marzo 18, 2008 21:05 di martedì, 18 marzo 2008
da: [cinemystic]

Mentre mi rimbombano a tutto volume nelle orecchie le note di "A line of deathless king" dei superbi My Dying Bride, torniamo a parlare di cinema.

L'utente Armapo mi ha bonariamente bacchettato per il fatto che nel pagellino dei film che ho visto ultimamente ci fosse la quasi totale assenza di film italiani.

Al che vorrei precisare un concetto: io non sono contro il cinema italiano. Assolutamente. Non sono prevenuto, non lo evito a priori, non lo stigmatizzo per partito preso. Però, con tutta la benevolenza di questo mondo, non ce la faccio ad affermare che il cinema italiano gode di buona salute. Semplicemente, e banalmente, perchè non è vero.

Questo non vuol dire che in Italia non si facciano, di tanto in tanto, bei film. Negli ultimi anni ne ho visti di film italiani che mi sono piaciuti, o che mi hanno addirittura entusiasmato. Eccome. Mi vengono in mente Respiro, Dopo mezzanotte, La meglio gioventù, La sconosciuta, Il caimano, Il mestiere delle armi, Anche libero va bene, Arrivederci amore ciao. E non solo loro.

Ma se si deve dare un giudizio globale su di un movimento artistico, è chiaro ed evidente che questo giudizio deve porsi come media tra i diversi prodotti offerti. E in quest'ottica il cinema italiano è insufficiente. Perchè accanto a 3/4 film all'anno buoni, buonissimi, ce ne sono altri, ahimè molti, inutili, scontati, neutri, vuoti, talvolta perfino imbarazzanti.

Il cinema italiano è obnubilato dalla televisione, soffocato dalle fiction, impoverito da una classe politica che finge di interessarsi al problema quando invece se ne strafrega della nostra dignità artistica, smagrito dalle istituzioni che spesso e volentieri non finanziano i festival locali facendoli morire, fagocitato dalle orrende multisale che uccidono i piccoli e genuini cinema d'essai. E così da tanti anni, e i segnali dicono che continuerà ad esserlo.

Ripeto, in queste parole c'è tanto rammarico. Nessun pregiudizio. Io adoro da sempre Moretti, amo tanti altri registi nostrani, mi appassiono a Pieraccioni e Verdone, da anni combatto una battaglia solitaria per difendere i flm di Gabriele Muccino stroncati e derisi da quasi tutti i miei colleghi... ed esulto quando vedo un film italiano bello, intenso, intelligente, che abbia realmente qualcosa da dire e che lo dica bene, con coraggio e con cognizione di causa, senza sbrodolamenti intellettual-narcisistici, derivazioni di linguaggio meta-televisivo e avvilenti trasposizioni (il)letterarie.

Ma capita di rado. Troppo di rado.

Prendo ad esempio, per un confonto, il cinema francese, che amo e che seguo con costanza. Cito un film come La voltapagine, del 2006, di Denis Dercourt. Ecco, quello secondo me è un prodotto medio, con una sua precisa dignità ma senza ambizioni da blockbuster e premi Oscar. Ed è un film appassionante, intrigante, ipnotizzante, teso, giusto, scritto bene, interpretato con passione e diretto con apprezzabile parsimonia. Il cinema italiano "medio", invece, è spesso molle, ripetitivo, vacuo, zeppo di sguardi sempre uguali e di parole prestampate e di immagini anestetizzate. Ma purtroppo, come ribadisco, è nella medietà che si traggono le file per un giudizio globale.

Per paradosso, invece, il sottobosco, l'underground, il (presunto) amatoriale, è vivo, vivissimo, fremente, grintoso, e pullula di autori di grande talento (Lorenzo Bianchini, Federico Greco, e molti altri), che meriterebbero opportunità che non hanno, soffocati dalle notti prima degli esami, dai natali in thailandia, dai saturno contro, dalle terze madri.

Felice di vedere un bel film italiano, ogni tanto. Ancor più felice sarei se capitasse più sovente. Ma alla fine, spesso, dopo tante deludenti visioni nostrane, prevale la voglia di uscire dai confini, e di ritrovare uno chabrol, un lodge kerrigan, un kaurismaki, un almodovar, un herzog, un loach... o anche solo l'affascinante medietà di una Voltapagine.


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IL MONDO CHE VORREI
Postato alle marzo 16, 2008 10:48 di domenica, 16 marzo 2008
da: [cinemystic]

Ogni volta... ogni volta che mi trovo di fronte ad una nuova canzone di Vasco, e che sto per ascoltarla per la prima volta, l'EMOZIONE più pura si impossessa di me... perchè so già che quella canzone, così come tutte le decine e decine di altre che Vasco ha composto negli ultimi 30 anni, la ri-ascolterò e la canterò centinaia di volte da qui all'eternità.

Ogni volta... so già che la imparerò a memoria in un batter d'ali, che la rivivrò all'infinito, che la canterò a San Siro in mezzo ad altre 80.000 anime, che diventerà una mia compagna di vita.

Ogni volta... e infatti anche stavolta. Il Mondo che Vorrei, si chiama così. Ed è splendida. Ma è quasi superfluo dirlo. E neanche a farlo apposta mi riconosco perfettamente nel testo. Come sempre.

Ogni volta... è un'alchimia, un solenne sommovimento di cuori pulsanti, un religioso atto d'amore verso la musica, una lezione di vita.

"Qui si può solo piangere, ma alla fine, non si piange neanche più".

Grazie Vasco.



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PAGELLINO
Postato alle marzo 10, 2008 10:36 di lunedì, 10 marzo 2008
da: [cinemystic]

Ed ecco il pagellino aggiornato, con il mio giudizio su tutti i film che ho visto nelle ultime settimane...

FILM VOTO (1-10)


4 MESI 3 SETTIMANE 2 GIORNI 7
AMERICAN GANGSTER 6,5
EASTERN PROMISES 8
ESPIAZIONE 6
HALLOWEEN - THE BEGINNING 6
IL PETROLIERE 7,5
INTO THE WILD 9
IO SONO LEGGENDA 5
LA TERZA MADRE 3
LUSSURIA 5,5
NON E' UN PAESE PER VECCHI 8
SOGNI E DELITTI 6,5
SWEENEY TODD 5
THE GIRL NEXT DOOR 7



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4 MESI 3 SETTIMANE 2 GIORNI
Postato alle marzo 10, 2008 10:16 di lunedì, 10 marzo 2008
da: [cinemystic]

4 MESI 3 SETTIMANE 2 GIORNI

Visto con notevolissimo e colpevole ritardo il film di Christian Mungiu che ha vinto a sorpresa lo scorso festival di Cannes. Chissà perchè i film che vincono la Palma d'Oro sono sempre di ottima fattura, spesso dei capolavori, altre volte comunque opere sempre apprezzabili (cosa che invece talvolta non avviene per Venezia, Berlino e per gli Oscar).

Non fa eccezione il film di Mungiu. Tratta un tema duro, difficile e scabroso (gli aborti clandestini) e lo fa con l'occhio giusto, prendendosi i suoi tempi, mantenendo un certo distacco ideologico che gli evita la rischiosa caduta in un pamphlet accusatorio, e utilizzando uno stile realistico e semi-documentaristico che ben si addice alla vicenda narrata.

Una storia intima, dolorosa, combattuta, che Mungiu segue quasi da spettatore, mantenendo spesso immobile la macchina da presa, a far sì che gli eventi si svolgano in autonomia, senza eccessivi interventi dall'esterno. Il regista semplicemente racconta, scavando nel senso di colpa e nella paura, nell'indifferenza della burocrazia, nella confusione di giovani donne alle prese con un danno troppo grande per essere veramente compreso, e nella schietta abilità di chi può far girare a proprio vantaggio l'intera situazione.

Una storia che forse in qualche punto manca di approfondimento e non scava abbastanza nelle situazioni. Una piccola grande tragedia che comunque cresce d'intensità pian piano, detonando nell'attimo in cui un feto espulso appare ai nostri occhi, e uscendo dallo schermo in quell'ultima inquadratura in cui la co-protagonista si gira verso la macchina da presa forse a volerci implicitamente domandare: "e voi, cosa avreste fatto al mio posto?".

Interrogativo a cui ognuno, dai meandri della propria morale e sensibilità, può dare diversa risposta.


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SWEENEY TODD
Postato alle marzo 09, 2008 10:38 di domenica, 09 marzo 2008
da: [cinemystic]

Tim Burton è uno dei migliori registi contemporanei. Questo è un dato oggettivo. Nella sua lunga e fortunata carriera ha dato vita a capolavori come Big Fish, La sposa cadavere e Nightmare Before Christmas, e ha collezionato tanti altri buonissimi film, da Vincent a Mars Attacks, da Ed Wood a Edward mani di forbice, da Batman a Sleepy Hollow.

Eppure ho la sensazione che il suo magnifico immaginario gotico-funereo stia cominciando un po' a scricchiolare. Già due anni, accanto al bellissimo e sopracitato Corpse Bride, aveva realizzato un remake de La fabbrica di cioccolato che non mi aveva affatto convinto. Ora tenta di dare nuova linfa al suo cinema approcciandosi al musical con questo Sweeney Todd, ma il risultato è a parer mio piuttosto deludente.

Perchè il musical cinematografico è un'Arte a se stante, un'Arte fatta di alchimie, ritmo, movimento, magia, fusione di corpi e voci. Ingredienti che ahimè latitano in questo film. La trama è semplice, fin troppo, ma non è questo il punto. Il problema è proprio la piattezza ed eccessiva semplicità delle canzoni, la mancanza di ritmo, l'assenza di quella scintilla scatenata che rende il musical un oggetto unico e irresistibilmente affascinante.

Dal punto di vista tecnico, fotografico, scenografico, costumistico, registico, Sweeny Todd conferma per l'ennesima volta tutto il talento di Burton, ed è uno spettacolo visivo da gustare appieno. Inoltre Depp e la Bohnam Carter sono (al solito) una gran bella coppia. Ma questa volta non basta. E se la prima parte naviga in un placido e sonnecchioso manierismo, la seconda sprizza un po' più di vitalità e di invenzioni, risveglia parzialmente dal torpore, sprizza gioiosamente sangue dalle gole tagliate dal barbiere, dona un minimo di intensità in più alla pellicola. Ma non abbastanza.

Burton è un grande. Ma il musical è un'altra cosa.


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THE GIRL NEXT DOOR
Postato alle marzo 08, 2008 09:35 di sabato, 08 marzo 2008
da: [cinemystic]

Sono abituato da tanti anni a vedere film duri, perversi, estremi, sconvolgenti, crudeli. Mi vengono in mente Nekromantik, Cannibal Holocaust, Maniac, Audition, I Spit on your Grave, Aftermath, Trainspotting, Imprint, The Devils, Visitor Q, L'ultima casa a sinistra, Soldato Blu... ma ne potrei citare tanti tanti altri. Il cinema estremo non mi spaventa, credo ormai di aver visto tutto e il contrario di tutto. Ho la pelle dura, in questo senso, coriacea e ormai immune a qualsiasi tipo di ferita visiva. Eppure...

Eppure ieri sera ho visto The Girl Next Door, film del 2007, inedito in Italia, diretto da Gregory Wilson e tratto da un romanzo di Jack Ketchum... e sono rimasto totalmente scioccato. Vi basti sapere che la trama (basata su una storia vera) racconta di una ragazza di 16 anni, che per larga parte del film viene torturata e seviziata dalla pazza matrigna e da un gruppo di bambini ancor più giovani di lei, il tutto sotto gli occhi della impotente sorellina disabile.

Un film terribile. Realmente terribile. Ci vuole coraggio a vederlo, a non distogliere lo sguardo, a non spegnere il lettore dvd, ad arrivare fino alla fine. Totalmente sconsigliato ai deboli di stomaco, a chi non è avvezzo a pellicole simili, a chi è facilmente impressionabile. Ma anche per chi è appunto abituato a tutto, come me, questa è una prova davvero difficile. Un film girato peraltro molto bene, e più che apprezzabile dal punto di vista critico. Ma davvero traumatizzante.

Vi rimando, per chi lo vorrà, a una mia recensione più approfondita che uscirà su Sentieri Selvaggi tra qualche giorno.


NUOVA PUBBLICAZIONE
Postato alle marzo 06, 2008 18:11 di giovedì, 06 marzo 2008
da: [cinemystic]

Finalmente anche la mia seconda creatura ha preso vita. Concepita circa un anno fa, realizzata nel periodo giugno-ottobre 2007 nel silenzio delle montagne biellesi, e ora finalmente stampata e disponibile in libreria, su internet, contattando direttamente me, e in tutti gli altri canali appositi. Il mio secondo libro, questa volta scritto da solo.

Ladies & Gentlemen, ecco a voi:

IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO
Editoria di qualità dal 1999
PRESENTA:
NOVITA' della COLLANA CINEMA

Alessio Gradogna - I dannati e gli eroi – Il cinema di Guillermo Del Toro

euro 15,00 - pag. 200 - ISBN 978 - 88 - 7606 – 175 - 2

Da Cronos a Hellboy, da Blade 2 a Il labirinto del fauno, la filmografia di Guillermo Del Toro è una tela ricoperta di mille colori, e di infinite sfumature. Un quadro in cui trovano spazio l’estetica del fumetto, il videogame, l’omaggio ai grandi maestri, la frenesia del cinema post-moderno, e al contempo il dramma storico e sociale, e la sensibilità umanistica del puro cinema d’autore. Del Toro è uno dei registi più intriganti usciti allo scoperto negli ultimi anni; questa monografia, la prima in Italia a lui dedicata, analizza dettagliatamente tutti i suoi lavori.

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RECENSIONI
Postato alle marzo 01, 2008 11:10 di sabato, 01 marzo 2008
da: [cinemystic]

E ORA, DATO CHE QUESTO SARA' UN BLOG SOPRATTUTTO CINEMATOGRAFICO E CINEFILO, ECCO LA MIA MINI-RIVISTA PERSONALE, OVVERO UNA SERIE DI RECENSIONI DI FILM CHE HO VISTO NEGLI ULTIMI 2/3 MESI.

NO COUNTRY FOR OLD MEN
2007 di Joel e Ethan Coen, con Tommy Lee Jones, Josh Brolin e Javier Bardem

Il cinema dei fratelli Coen si è trasformato negli anni. Una volta, ai tempi di Fargo o di Il Grande Lebowski, erano corrosivi, anarchici, surreali, grotteschi. Ora lo sono ancora, ma poco alla volta hanno conquistato una nuova dimensione, definitivamente autoriale, lasciando da parte la beata genuinità degli esordi per giungere a un cinema più maturo e complesso. Un processo naturale di cui L’Uomo che non c’era era il primo e imponene passo, e No Country for Old Men è il perfetto compimento. Un film forse definitivo, in cui i Coen mescolano thriller e noir, western e analisi storico-politica di un’epoca americana che non esiste più. Con risultati assolutamente soddisfacenti.
L’assunto di base da cui parte il film, dopo una prima lunga e ieratica sequenza in cui il silenzio la fa da padrona, ricorda un po’ i Soldi Sporchi di Sam Raimi, e non si discosta più di tanto da soggetti più volte visti nel cinema noir. Un camion pieno di cadaveri, una valigetta piena di dollari abbandonata, un uomo che per caso la trova, e che senza troppi patemi scavalca il dilemma morale della non-appartenenza per portarsela a casa. Da lì parte un gioco a rimpiattino, guardie e ladri, tutti contro tutti, la caccia spietata di un killer che deve recuperare quei soldi e la fuga infinita verso la salvezza e la libertà del ricercato, che è al contempo vittima e colpevole, senza troppe delimitazioni di ruolo.
Per certi versi è tutto già visto. Però l’abbiamo visto poche volte, così. Con quel senso solenne di colpa e redenzione che pervade tutto il film, quelle scene d’azione che non hanno bisogno di parole per esprimere la loro enfasi, quegli attimi sospesi che governano i duelli tra uno straordinario Javier Bardem (presuntuoso all’inverosimile, talvolta odioso, ma stavolta estremamente efficace) e un determinato e mai domo Josh Brolin (azzeccatissimo per il ruolo), quegli attimi di tensione-distensione (il cane che insegue Brolin in acqua) che ci lasciano sorridere e inquietare al contempo. Sopra e sotto di loro, il vecchio sceriffo disilluso, conscio dell’impossibilità di poter ancora tenere le redini di un mondo inesorabilmente cambiato e proiettato verso un futuro non proprio edificante, impersonificato da un Tommy Lee Jones che non ha bisogno di altro se non di metterci il volto, le rughe e il mestiere.
Ma è l’imperioso killer Bardem a rubare la scena, un personaggio scritto con rabbia e ferocia, che usa la sua lucida follia per combattere da solo contro il mondo al fine di perseguire un unico obiettivo, per il quale uccidere, a ripetizione, è solo un particolare in un disegno ben più ampio.
E così, tra la rarefazione del puro western fordiano, la violenza reiterata che scivola in sangue abbondante, e l’analisi di una frontiera che ormai non ha più certezze e sicurezze per nessuno, si consuma un lodevole film d’autore che si lascia apprezzare e applaudire con convinzione, e che ha conquistato l’Oscar come miglior film dell’anno.




HALLOWEEN – THE BEGINNING
2007 di Rob Zombie, con Malcolm Mc Dovell

Che peccato. Dannazione che peccato. Il sottoscritto pensa che Rob Zombie sia il più interessante e coinvolgente regista che sia uscito fuori da parecchi anni nel cinema horror. Un musicista che ha imparato da solo questo mestiere e che fin da subito l’ha fatto cento volte meglio di tanti altri incapaci ben più famosi di lui. Un regista apparentemente inventato che sa usare il mezzo cinematografico con un talento straordinario. Un autore che con La casa dei 1000 corpi e The Devil’s Rejects (La casa del diavolo) ha creato i due horror più belli degli ultimi 10-15 anni, anche se poi The Devil’s non è proprio un horror, è molto di più. In ogni caso, due capolavori.
Con una premessa del genere è ovvio che la mia attesa (e l’attesa di tutti) per il remake di Halloween, il supremo film carpenteriano impresso per l’eternità nella leggenda, fosse altissima. Peccato che a produrre il film siano stati i fratelli Weinstein, che in quanto a far danni non sono secondi a nessuno. E infatti.
Attenzione, però, non sto parlando di un film totalmente fallimentare. Anzi. La prima parte, quella in cui realmente si vede tutta la mano di Zombie, quella che non è un remake ma un prequel, è ottima. Girata alla grande, con invenzioni visive clamorose, piccoli tocchi di genio in una scrittura che non inventa chissà che ma che almeno prova, con intelligenza, a spiegare perchè Michael Myers è diventato uno dei più mostruosi killer mai visti. La sua graduale ossessione per l’uso della maschera a coprirsi il volto è spiegata secondo me bene, anche se la sua trasformazione omicida avviene troppo in fretta. C’è una Sheri Moon bella come e più del solito e perfino brava e credibile in un ruolo drammatico. Ci sono lampi di genio sparsi qui e là, stacchi improvvisi di montaggio, inquadrature dall’alto, inserti musicali, volti e sguardi, da applausi.
Poi l’edificio crolla. Il prequel diventa remake, le invenzioni si dissolvono, Zombie si addormenta, le scene del film di Carpenter si ripropongono copiate pari pari, il film d’autore lascia spazio al più banale e commerciale degli slasher, la noia assurge sovrana, la rabbia (nostra) cresce. Tutta colpa dei Weinstein? Probabile. Zombie ci ha messo del suo, ha accettato di guadagnare più soldi, non ha saputo imporsi? Forse.
Fatto sta che l’occasione buttata via è cospicua. Poteva essere un grande film. Lo è per 50 minuti. Poi il disastro. E la rabbia sale.





IL PETROLIERE
- There Will Be Blood -
2007 di Paul Thomas Andersson, con Daniel Day-Lewis

Paul Thomas Andersson è un grande narratore. Lo si era già ampiamente notato con Magnolia e Boogie Nights. Qui ne abbiamo l’ennesima conferma. Un narratore come pochi, in grado di usare la sceneggiatura per costruire un impianto filmico solido e fluente, che lascia trasformare la pellicola in una sorta di romanzo per immagini.
Infatti Il Petroliere è un film solidissimo, che si snoda senza intoppi, e che nel raccontare la storia di Daniel Plainview, cercatore di oro nero che a fine ‘800 inizia la sua scalata verso il successo e che poi incrementa i propri guadagni comprando terreni su terreni e imbambolando i poveri contadini con suadenti promesse di ricchezza, mette in piedi un racconto di formazione nel quale entrano in gioco svariati temi. L’avidità, la sete di potere, l’abilità della trattazione e della retorica come anima del commercio, lo sfruttamento indiscriminato di menti troppo grezze per non soccombere di fronte al miraggio di una vita non più povera e stentata; e poi ancora, l’immensa e universale solitudine di un uomo che non ha altro nella vita se non il proprio lavoro, che non è in grado di gestire un figlio, che sfiora la follia nel guado dei sensi di colpa per incidenti che si potevano evitare.
Il Petroliere è secondo me soprattutto questo, un film sulla solitudine assoluta e immodificabile, con la quale Plainview dovrà convivere per l’eternità, in ricchezza e in povertà. Una scelta in fondo consapevole, di un uomo che di fronte a sontuose offerte rifiuta dicendo “se io vi vendo i miei pozzi, dopo cosa faccio?”, perchè quest’uomo ha di fronte a sè una strada, una sola, nel buio e nella luce. La possibilità di scelta non esiste. L’oro nero, o la morte. Immergersi nel petrolio, riempircisi le ossa e l’anima, a costo di abbandonare e rinnegare un figlio, a costo di inventarsi una fede che non c’è. L’alternativa è lasciarsi morire, per inedia, per mancanza di una qualsiasi altra ragione di vita.
Due ore e mezza di film, e di manuale della recitazione: Daniel Day-Lewis, ovviamente. Mostruoso, ipnotizzante, in uno spettacolo di gesti e tic e lievi movimenti e scatti di rabbia, in una prova che ricorda quella già stupefacente di Gangs of New York, e forse la supera anche. Sacrosanta la statuetta vinta come miglior attore dell’anno (è il suo secondo Oscar).
Andersson narra con abilità, Day-Lewis si scatena, la colonna sonora ci accompagna martellante e sincopata, i corpi si immergono simbioticamente nel petrolio, noi anche. Forse non è un capolavoro, ma certo è un film perfettamente riuscito.





LA TERZA MADRE
2007, di Dario Argento, con Asia Argento

Premessa: sono un fan di Argento da lustri, come tutti i seguaci dell’horror in Italia e nel mondo. Perchè il ruolo che il regista romano ha avuto negli ultimi trent’anni nel cinema fantastico internazionale è fondamentale e indiscutibile.
Argento è un totem, una sacra reliquia. Ma dato che il mio mestiere è analizzare i film, allora, a differenza di altri, io dico quello che penso. A differenza di altri critici anche famosi che su riviste anche famose hanno scritto recensioni risibili glorificando questo film in nome solo e unicamente dell’amicizia personale con Argento, e/o di linee editoriali ridicole. Siccome io ammiro Argento ma non ho la fortuna di essere suo amico, e siccome soprattutto anche se fossi suo amico mi ritengo molto più onesto degli autori di queste suddette recensioni che ho letto, qui parlo con chiarezza e oggettività. Come tutti dovrebbero fare (ma in un paese ignorante e culturalmente cieco come l’Italia è pura utopia).
Fine premessa. La terza madre è un film imbarazzante. Senza discussioni. Una storia che fa acqua da tutte le parti, dialoghi storditi, recitazione impresentabile (e annesso doppiaggio ancora peggiore), montaggio che pare fatto a caso, e una sequenza finale da strapparsi i capelli per l’insulsaggine e l’ovvietà.
E dire che idee buone ce n’erano. Interessante, ad esempio, sulla carta, il tema di una Roma totalmente impazzita per la metastasi provocata dall’influsso malefico della strega; l’apocalisse di un microcosmo senza più regole. Bella la prima scena splatter, sanguinolenta e azzeccata come ai bei tempi. Ottime alcune inquadrature, a confermare per l’ennesima volta che Argento sa muovere la macchina da presa come pochi altri.
Ma poi c’è tutto il resto, su cui non si può e non si deve passare sopra. E tutto il resto è un colabrodo senza salvezza e senza speranza. Sembra un film amatoriale girato male. O rigirando il concetto, ho visto molti film amatoriali realizzati con due lire e confezionati meglio di questo.
Ribadisco, io adoro Argento. Phenomena, Suspiria, Profondo rosso, Tenebre, sono film che hanno un posto fisso nel mio cuore. Da anni combatto perfino una battaglia solitaria per la difesa de La sindrome di Stendhal, un film che tutti hanno distrutto e che a me invece piace. E con Jenifer, il soprendente episodio della prima serie dei Masters of Horror, Argento mi aveva dato concrete speranze di rinascita.
Speranze ahimè svanite in fretta. Già Pelts, il mediometraggio della seconda serie dei Masters, mi aveva inorridito per la sua scempiaggine. Con La terza madre, siamo andati ancora più giù. De Profundis. Amen.





IO SONO LEGGENDA
2007 di Francis Lawrence, con Will Smith

Mi sono accostato a questo film con zero speranze e zero aspettative. Non volevo nemmeno vederlo. Credo che I am Legend (1954) di Richard Matheson sia uno dei più entusiasmanti racconti della storia della letteratura horror. E credo che L’ultimo uomo sulla terra (1964) di Ubaldo Ragona, con un immenso Vincent Price, sia un puro gioiello raramente eguagliato nella storia del cinema di genere italiano.
Per questi motivi, non avevo nessuna aspettativa di fronte a un nuovo remake ultracommerciale dei suddetti capolavori. E infatti. La versione 2007 di Lawrence è brutta e inutile, piena di inserti “facili” che non c’erano nè nel romanzo nè nel film di Ragona. La cruda e nichilista disperazione di Matheson è smorzata, edulcorata, spulciata a uso e consumo dei ben poco esigenti adolescenti del terzo millennio. I vampiri realizzati interamente con la computer graphics sono un completo insulto alla ormai centenaria storia del non morto cinematografico. Le scenografie apocalittiche della metropoli deserta e abbandonata ce le aveva già fatte vedere molto ma molto meglio Danny Boyle in 28 giorni dopo. E la regia è sostanzialmente piatta e scolastica.
L’unico elemento che lascia un minimo di senso alla visione è Will Smith. Non credevo potesse diventare un buon attore di cinema. Invece qualche anno fa il sommo Michael Mann (in Alì) gli ha insegnato a recitare, e lui ha appreso la lezione confermandosi successivamente (La ricerca della felicità). Anche qui è bravo, molto. Ma certo non basta da solo a reggere l’impalcatura di un film tanto ricco (nel budget) quanto povero (nella sostanza), e appunto inutile.



ESPIAZIONE
2007 di Joe Wright, con Keira Knightley

Ha vinto il Golden Globe come miglior film drammatico dell’anno. Sembrava il favorito anche per gli Oscar, poi è stato superato in corsa dai Coen e da Andersson. Per fortuna, perché i suddetti sono due film sicuramente di alt(r)o livello. Non che questo Espiazione, tratto da un romanzo di Ian McEwan, e narrante la vita dell’inglesina Briony Tallis, colpevole di un danno compiuto verso la sorella per gelosia e poi appesantita da un rimpianto che si porterà dietro per tutta l’esistenza, sia un brutto film. Però è uno di quei film che si perdono nel limbo, in un guado in cui non si ha il coraggio di andare fino in fondo, di osare, di azzardare. Si resta a metà, in un bozzolo protettivo e rassicurante secondo cui il racconto si dipana secondo schemi ben definiti, che avrebbero però bisogno di qualche guizzo in più per elevarsi sopra la media.
Per fortuna, quantomeno, Espiazione va in crescendo, parte piatto e molle per poi rafforzarsi nella seconda parte, quando la filosofia della (tentata) redenzione irrompe con maggior convinzione nel film. La Knightley è bellissima, ma non convince a fondo. La colonna sonora dell’italiano Martinelli è suadente e azzeccata, e infatti alla fine l’unico Oscar se l’è vinto lui. La confezione (scenografie, costumi, fotografia) è formalmente ineccepibile, ma un po’ algida. L’apparizione finale di Vanessa Redgrave è una folgore, e mette brividi nel cuore.


LUSSURIA
- Seduzione e Tradimento - 2007 di Ang Lee, con Tony Leung e Joan Chen

A me Ang Lee non è mai piaciuto particolarmente. Trovo ad esempio che La tigre e il dragone sia uno dei film più sopravvalutati della storia, che Tempesta di ghiaccio sia una pellicola buona ma meno di quello che avrebbe potuto essere, e che Hulk sia una scemenza inguardabile. Per paradosso l’unico suo film che mi ha pienamente convinto è Brokeback Mountain, commerciale finché si vuole ma almeno intenso, appassionante, duro, libero di osare ma senza esagerare.
Questo Lussuria ha vinto a Venezia, il che mi lascia molte perplessità. La visione mi riconferma tutti i miei dubbi su Lee: regista che sembra arrotolarsi e soffocare su se stesso, che mostra a piene mani tutto il suo (parziale) talento dimenticando di concentrarsi sulla narrazione, che dopo qualche anno di gloria mostra già pericolosissime inclinazioni al puro manierismo.
Lussuria è confezionato come si deve, interpretato con classe da una sfilata di attori orientali di prim’ordine, e prova anche a essere coraggioso. Le tanto discusse scene di sesso sono effettivamente molto più realistiche e spinte di quanto si vede nella media, e costituiscono forse la parte migliore del film. Perché invece il resto, un dramma di amore e possessione, intrigo e analisi storica, guerra e morte, orgasmi e lacrime, amplessi e fughe, partite di Mahjong e tradimenti, vive in un appannamento filmico edulcorato e (troppo) schematico. Mancano le sfumature, mancano su quei corpi nudi le reali cicatrici di una vita sfiorita, ed emerge la consapevolezza di un cinema troppo vicino alla retorica per poter essere anche vero.





EASTERN PROMISES
- La promessa dall'assassino - 2007 di David Cronenberg, con Viggo Mortensen e Naomi Watts

Cronenberg è uno dei 5 più grandi registi viventi (insieme a Lynch, Eastwood, Mann e forse Almodovar). E’ un maestro, lo è dai tempi dei miasmi di Brood e Rabid, lo è sempre stato, continua ad esserlo. Inossidabile. Imperturbabile. Se l’horror puro non gli appartiene più, la distruzione dei corpi è sempre il suo marchio di fabbrica. Ad essa si è ormai aggiunta una lucidissima analisi che dal corpo si sposta all’anima, per mettere in luce la corruzione, la ferocia, la perversione, la bestialità dell’uomo.
A History of Violence era un capolavoro, un sublime atto d’accusa contro il facile perbenismo della società americana, una spietata visione della distruzione di un nido familiare ormai consumato dagli eventi. Un film lineare, semplice, eppure straordinario. Eastern Promises ne è il corollario, uguale e contrario. Uguale perché il terreno di caccia psicanalitica in cui si muove il regista canadese privilegia le stesse argomentazioni. Contrario perché qui la narrazione si fa dura, complessa, simbolica, idiomatica. Mortensen sveste i panni dell’eroe e si tatua le cicatrici di una vita da gangster semi-serio. Il placido mondo della piccola comunità del precedente film si espande in un macrocosmo che travalica i confini nazionali per mettere al centro dell’opera la mafia russa e le sue leggi.
In entrambi i film le identità si moltiplicano, gli sguardi ingannano, il passato straripa, e il futuro si blocca in un enorme punto interrogativo. Là nel finale c’era Mortensen seduto al tavolo da pranzo, in una stordente e straziante scena di rinascita. Qui in conclusione c’è lui (autore di una prova magnifica e sorprendente) seduto su una poltrona, con un volto vitreo e inquietante, proiettato verso le conseguenze di una scelta da cui non si potrà tornare indietro.
Nel mezzo c’è il sangue che arriva all’improvviso e inonda lo schermo, c’è quella scena nella sauna grondante di umori e già diventata di culto, c’è un Vincent Cassel ancora più demente del solito, c’è un’imbruttita Naomi Watts che perde nettamente il confronto con la Maria Bello di A History of Violence. C’è tutto Cronenberg, con la forza e la sensibilità del suo cinema.
Ho adorato il film precedente, ho solo amato questo. Questione di particolari, comunque. Lunga vita al maestro.





INTO THE WILD
2007 di Sean Penn, con Emile Hirsch

Un grande, grandissimo film. Una straordinaria elegia che inneggia alla libertà, alla piena ricerca di sé, alla fusione panica dell’uomo con la natura, al rifiuto della civiltà al fine di appropriarsi degli infiniti e incontaminati spazi che la terra offre, e che troppo spesso trascuriamo immersi nella grigia realtà di ogni giorno. Un film diretto da Penn con sublime sensibilità, con un gusto per le immagini mai invasivo o fine a se stesso, e una narrazione compatta che rende i quasi 150 minuti di durata un’esperienza al limite del misticismo.
Into the wild è al contempo il miglior road movie dai tempi di Una storia vera di Lynch, un western moderno di struggente intensità, un melodramma che riesce a fondere senza forzature lacrime e sorrisi, e un documentario di invitante bellezza. Tutto insieme. Un film che Penn ha tratto dal romanzo Nelle terre selvagge di Jon Krakauer, attendendo dieci anni prima di avere i diritti per la trasposizione cinematografica. Covandolo piano piano, nel profondo, per poi lasciarlo esplodere al massimo delle sue potenzialità, azzeccando in pieno anche il volto del protagonista, il giovane e bravo Emile Hirsch, che fin dalla prima scena diventa il nostro migliore amico, e che ci accompagna in un viaggio disintossicante ai confini delle possibilità umane.
Sfidare le leggi della natura, abbattere le convenzioni, abbandonare famiglia, amici e carriera per una sfida personale che diviene universale; girare come una trottola tra i bizzarri personaggi che s’incontrano nel viaggio, ognuno con qualcosa da raccontare e da lasciare in eredità, ognuno alle prese con il racconto incompiuto della propria vita, da impreziosire grazie all’incontro con Christopher “Supertramp” McCandless. Un ragazzo, un uomo, coraggioso, determinato, sincero, forse l’emblema di ciò che tanti di noi vorrebbero essere, di ciò che tanti di noi vorrebbero fare.
Le strade polverose, le serate attorno a un fuoco, rimembranze di Kerouac, Van Sant e Easy Rider, gli orsi e i cervi, le rocce e gli sterpi, i campi di grano e la semplicità nel creare rapporti interpersonali che iniziano e finiscono con dispiacere ma senza rancori; una roulotte abbandonata e una voce fuori campo che ci culla nel cuore pulsante dell’avventura; la gioia di Christopher, la sua voglia di vivere, e di vincere, di dimostrare al mondo, ma soprattutto a se stesso, che l’impossibile tale non è; le canzoni, perfette, di Eddie Wedder, a fare da ottimo accompagnamento; i ruoli di contorno, che hanno i visi di Marcia Gay Harden, William Hurt, Catherine Keener, Hal Holbrook, tutti precisi, nessuno fuori posto, nessuno superfluo.
Qualcuno ha scritto che Sean Penn, dopo una sontuosa carriera di attore, è ora pronto a diventare l’erede del sommo Clint Eastwood. Concordo pienamente. La classe con cui ha diretto questo film è unica, emozionante, esemplare. Rara. Un saggio di grande cinema.

Ed ecco il pagellino ...

FILM VOTO (1-10)

NON E' UN PAESE PER VECCHI 8
ESPIAZIONE 6
IL PETROLIERE 7,5
LUSSURIA 5,5
HALLOWEEN - THE BEGINNING 6
INTO THE WILD 9
IO SONO LEGGENDA 5
LA TERZA MADRE 3
EASTERN PROMISES 8

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Creazione
Postato alle marzo 01, 2008 10:03 di sabato, 01 marzo 2008
da: [cinemystic]

1 MARZO 2008

Da tempo covavo l'idea di mettere on line un qualcosa di mio, di solamente mio, in cui poter scrivere quello che voglio. In piena libertà, senza remore o paure o censure o inibizioni. Semplicemente quello che penso, con la naturalezza e la consapevolezza di chi crede di avere le giuste conoscenze per esprimere opinioni su determinati argomenti, ma senza la presunzione di voler avere ragione per forza.

E allora eccolo, il mio strumento di libera epressione, che parlerà soprattutto di cinema, perchè il cinema è la mia passione / occupazione / specializzazione / ambizione, ma che all'occorrenza parlerà anche di musica, di libri, di sport, di Arte, di vita e di morte, di pensieri sparsi fuoriusciti dal profondo oceano della mia coscienza.

C'è troppa gente che scrive sul web. Perdonatemi, ma da oggi ci sarò anch'io. Perchè ne ho voglia, e perchè (a differenza di tanti altri) credo di avere anche qualcosa da dire.

Buon divertimento, e grazie a chi avrà voglia di esserci.


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