venerdì 25 maggio 2012

LA FUGA DI MARTHA - Recensione


In uscita oggi nelle sale italiane La fuga di Martha (Martha Marcy May Marlene in originale), interessante film indipendente americano diretto da Sean Durkin. Per l'occasione ripropongo anche qui la mia recensione, già apparsa sulle pagine di CineClandestino in occasione dell'anteprima italiana avvenuta lo scorso dicembre al Noir Fest di Courmayeur.

In pieno corso di svolgimento a Courmayeur l’edizione numero ventuno del Noir in Festival: un evento di notevole caratura, ricco di suggestioni variegate e stimolanti, molto ben organizzato e caratterizzato da un’apprezzabile attenzione per la civiltà dello spettatore (cellulari spenti durante le proiezioni, pubblico ordinato e silenzioso, posti riservati in sala per i giornalisti)...
La giornata di giovedì 8 dicembre, per quanto concerne i film in concorso, è stata caratterizzata dalla visione di Martha Marcy May Marlene (La fuga di Martha), lungometraggio diretto da Sean Durkin, esordiente sulla lunga durata, e interpretato da una bravissima Elizabeth Olsen (classe 1989, già vista nel pessimo horror uruguayano The Silent House).
La trama ruota intorno alla giovane Martha, in fuga da una comunità nella quale ha vissuto negli ultimi due anni. La ragazza, sola e senza appoggi, trova rifugio presso la sorella Lucy e il marito di lei Ted, in vacanza nella loro casa sul lago. In cerca di protezione e tranquillità, Martha è preda di ricorrenti incubi, durante i quali rivive le prevaricazioni subite nei mesi passati. Giorni di buio, inganni e violenze, che siamo costretti nostro malgrado a rivivere, in parallelo con la mente della protagonista.
 
 
Realizzato, non a caso, con l’egida del Sundance Festival, e già transitato con successo a Cannes e a Toronto, il film di Durkin rappresenta il lato fragile di Winter’s Bone, lavoro con il quale assume vincoli di parentela molto stretti. Ancora una volta, il cinema indipendente americano rifugge la città, per mostrarci il volto rurale, nascosto e periferico, di un grande paese entro cui si annidano piccoli e inquietanti misteri, avvolti nella polvere di ideologie bacate e assai pericolose. 
Martha si mostra allo spettatore come un’ideale sorellastra della Jennifer Lawrence del sopracitato Winter’s Bone, molto meno solida a livello caratteriale rispetto alla collega, ma accomunata da un senso di dolore che ingloba e annulla qualsiasi lieta speranza di futuro. Intorno a lei, proliferano le fragilità di personaggi in cerca d’autore, nascosti dietro l’ingannevole corazza di una setta corrosa da una fratellanza di facciata che scivola in una violenza senza ritorno. 
La famiglia negata, la famiglia allargata: accoglienza e vendetta, ruoli obbligati, vincoli sanguinanti, immoralità senza confine, nel nome di un Dio perduto, trasportati dalla corruzione, dalla Fede della vita come semplice atto transitorio verso la Morte (“Death is pure love”, ci viene detto a un certo punto). Così, durante il giorno, i sorrisi si espandono tra tuffi in acqua, bagni senza costume, nudità prive di imbarazzo, canzoni country narrate in cerchio con una chitarra e tanta fantasia, lavori tra i campi, respiri puri e distanti dall’inquinamento psicologico delle asfittiche metropoli; quando cala la notte, però, il buio conduce a una verità liquida e amara.
 
 
Buon lavoro, quello di Durkin, capace di mantenere in corretto equilibrio una narrazione sussurrata che scivola senza soluzione di continuità tra presente e passato, in un gioco a incastro non semplice, soprattutto alla distanza, ma condotto con la giusta lucidità d’intenti, grazie anche all’impegno di una Olsen che offre corpo e spirito per dipingere il ritratto di una donna tatuata dalle lacrime della solitudine. Accanto a lei un luciferino John Hawkes, guarda caso già presente nel film di Debra Granik, guru fuori tempo massimo, volto sporco e disfatto di un’America cinematografica che, ancora una volta, dimostra di dare il meglio in produzioni relativamente minori, ma cariche di una genuinità elettiva che i cugini ricchi del mainstream hanno ormai da tempo smarrito.
 
(Originariamente pubblicato su CineClandestino)

2 commenti:

bradipo ha detto...

condivido la tua analisi, un film che lascia molti interrogativi in sospeso ma è meglio così piuttosto che impantanarsi in un lungo spiegone finale.Complimenti per il blog che ho scoperto da poco...

Alessio Gradogna ha detto...

Ciao, ti ringrazio molto per i complimenti. Mi auguro di vederti ancora spesso qui su Cinemystic.