lunedì 26 novembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - Blancanieves, l'ardore del melò tra fiaba e realtà


Una delle caratteristiche più belle dei festival è la possibilità di spaziare senza soluzione di continuità tra epoche, generi e suggestioni, covando sempre la speranza di scoprire grandi titoli nascosti tra le pieghe del programma. Per scovarli ci vuole intuito, bravura e fortuna, e anche quando capitano giornate irte di delusioni, l'auspicio di sorridere di fronte a un ottimo lavoro magari inatteso resta sempre viva.
Dopo le visioni non proprio esaltanti della prima parte del weekend, c'era bisogno, qui al Torino Film Festival, di un guizzo vincente, capace di addolcire la bocca dopo alcuni bocconi amari; detto fatto, il guizzo è arrivato. Eccome.
La serata di domenica è iniziata con un trafelato Gianni Amelio, corso in sala per presentare con irrefrenabile entusiasmo la versione restaurata di Viaggio in Italia, capolavoro di Roberto Rossellini che finora era sempre circolato con le voci di Ingrid Bergman e George Sanders purtroppo doppiate. L'ottimo lavoro della cineteca di Bologna ci ha invece permesso di visionare finalmente una copia in lingua originale, estraendo dall'oblio le voci degli attori, e restituendo al film una compenetrazione linguistica fondamentale per lo sviluppo drammaturgico della pellicola. Il risultato è stato di primissimo livello.
Poi, con le ombre della notte ormai calate sulla Mole, è arrivato il gioiello di cui sopra: Blancanieves, dello spagnolo Pablo Berger, presentato in anteprima italiana, fuori concorso.


Nel film, ambientato nelle prime decadi del Novecento, assistiamo alla triste vicenda del famoso torero Antonio Villalta, costretto alla paralisi dopo un incidente durante uno spettacolo. La moglie muore dando alla luce la figlia Carmen, e Antonio, più per necessità che altro, si risposa con la perfida Encarna. La piccola Carmen, rinnegata dal padre e dalla matrigna, viene cresciuta dalla nonna, ma alla morte di quest'ultima deve tornare nella casa di famiglia. Encarna tratta sia il marito invalido che la figliastra con crudeltà, senza alcun rispetto. Crescendo, Carmen decide di ribellarsi alla situazione, scappa di casa e si unisce a un bizzarro gruppo di nani toreri. Mettendo in atto gli insegnamenti ricevuti in segreto dal padre, la ragazza ne ripercorre le orme e diventa una stella delle corride, ma il destino saprà frapporle sul cammino altri durissimi ostacoli.
Dopo il successo planetario di The Artist, era inevitabile pensare che ne sarebbero in breve tempo usciti sul mercato alcuni epigoni; Blancanieves segue infatti la stessa strada linguistica del film di Hazanavicius, proponendo una narrazione muta e in bianco e nero. In apparenza si è colti da una forte sensazione di perplessità, per il pericolo di trovarsi davanti un fiacco e inutile clone dell'originale. Il film di Berger, però, spazza via ogni dubbio, e ammalia dall'inizio alla fine.


Elegante, raffinato, in perfetto equilibrio tra gusto per l'antico e propensioni di montaggio invece assai moderne, il film iberico vola sulle ali di un dosaggio ammirevole, nel quale l'essenza del melò è sottolineata da una partitura capace di mescolare con assoluta brillantezza tragedia, dolore, tensione e ironia. La fiaba dei fratelli Grimm, punto di partenza della storia, è di volta in volta omaggiata, modificata, annullata, parodiata, recuperata; Carmen è un'eroina di stampo classico, attorno alla quale navigano sventure, ingiustizie, aguzzini e approfittatori, ma la forza d'animo della ragazza si erge al di sopra di qualsiasi sgambetto, celebrando il potere universale insito nell'amore. 
Avvalendosi di una colonna sonora a base di tango, flamengo e altre sonorità tipicamente autoctone, e giovandosi delle interpretazioni di Maribel Verdù e Angela Molina, Berger crea un'opera d'irresistibile fascino, danzando con lo spettatore in un sinuoso ballo che plasma realismo e favola con sorprendente maturità, senza accusare alcuna caduta di ritmo, sino a toccare l'apice in un'inquadratura finale che profuma di poesia.
Certo, l'utilità di questa operazione resta discutibile, e il film vive di stereotipi e soluzioni canoniche e prevedibili; poco male, perché la forza espressiva di Blancanieves scavalca ogni sbavatura, e penetra nel cuore con forza dirompente.
E allora averne, di epigoni di The Artist, se realizzati con tale qualità.

1 commento:

la gatta ghost ha detto...

Mi hai incuriosita... Ho apprezzato The artist. Da quello che scrivi non è un clone, ma ha una sua personalità. Andrò di sicuro a vederlo.