martedì 5 febbraio 2013

LINCOLN - Spielberg e le catene della Storia


L'altro giorno, navigando su Twitter, ho letto la seguente frase: "Lincoln? Per carità, di sicuro non andrò a vederlo. Mi annoia già solo la locandina". Ecco, questo è un chiaro esempio di come i pregiudizi possano talvolta condurci a errori piuttosto gravi, in ogni settore della vita. Per fortuna, il proposito della persona di cui sopra pare non sia stato accolto dai più, considerando che il film di Spielberg ha raggiunto il primo posto al box office italico; è peraltro evidente come una parte del pubblico possa aver snobbato il film, etichettandolo come mappazzone (per usare un termine di recente matrice televisiva) prima ancora di porsi alla sua visione.
Per carità, non neghiamo ciò che è palese: Lincoln è un lavoro complesso, ostico, faticoso, a tratti perfino respingente. Si nutre di suggestioni ideologiche lontane dalla nostra cultura, punta quasi tutto sulla prolificità dei dialoghi, accantona per lunghi tratti l'aspetto spettacolare, richiede una sforzo di concentrazione non indifferente. Però, nonostante la struttura in apparenza asettica che lo contraddistingue, snobbarlo è uno sbaglio non da poco, perché ci troviamo di fronte a una pellicola che trasuda cinema di notevolissima qualità.
Chi scrive non è uno spielberghiano di ferro, tutt'altro. Credo di poter dunque viaggiare a distanza di sicurezza dalle storture idolatre di cui abbiamo parlato in occasione del Django Unchained di Tarantino. I lavori del Re Mida americano, in procinto di trionfare agli Oscar anche nel 2013, non sempre hanno accolto i miei favori: eppure non fatico a dire come Lincoln rappresenti, da Schindler's List in poi, il secondo miglior Spielberg degli ultimi lustri, a distanza non abissale dallo straordinario Munich.


Nelle quasi due e mezza di durata, assolutamente da gustare in lingua originale per evitare le opprimenti e insulse limitazioni del doppiaggio, l'autore compone un inno all'emancipazione dell'uomo, e al contempo innalza una ricca litania dedicata alla purezza dell'immagine cinematografica. I tratti distintivi della sua poetica si fanno qui sfumati, intimi, e abbracciano una consapevolezza d'intenti che scivola lontano da ogni cantilena autoreferenziale, per accogliere invece all'interno del proprio grembo il gusto per il racconto, imbevuto dalla gloria della Storia. 
Ne esce un film arduo, sì, ma dotato di una forza espressiva capace di spezzare le catene dell'insofferenza. Quelle stesse catene da gettare a mare, in un modo o nell'altro, per cancellare l'onta della schiavitù, porre un termine alla guerra, e correre finalmente verso la libertà. I vote Yes.

3 commenti:

Lisa Costa ha detto...

Già prima che uscisse se ne parlava come di un film pesante che non avrebbe mai attirato il pubblico italiano... Invece, fortunatamente, non è così! Certo, bisogna andare preparati perchè la verbosità e i dialoghi abbondano, ma è un bel film, ben fatto e recitato, quindi va visto e apprezzato!

persogiàdisuo ha detto...

Non capisco dove trovi tutta questa forza nel film: è così stantio, privo di pathos e coinvolgimento.
Frost/Nixon, quello sì che era un buon film politico basato sul dialogo.
p.s. quando ho visto la locandina, non ho mai pensato "è troppo noioso", ma sono andato al cinema fiducioso. Il" troppo noioso" l'ho detto all'uscita.

Alessio Gradogna ha detto...

Rispetto la tua opinione, ma non la condivido. Nonostante l'abbondante uso del dialogo, a mio parere, il film mantiene comunque un notevole livello di pathos e concretezza.